A cura della Dott.ssa Jennifer Malandra, MSL Renal Nutrition.
Dal 21 al 24 Ottobre 2025, il PalaRiccione ha ospitato il Congresso Nazionale della Società Italiana di Nefrologia (SIN), evento che ogni anno vede la partecipazione di esperti, ricercatori e professionisti del settore, offrendo un’opportunità unica di aggiornamento, confronto e innovazione nel campo della nefrologia.
Di seguito riportiamo le tematiche affrontate sulla Terapia Dietetico Nutrizionale (TDN) durante il Congresso SIN e le principali novità emerse:
Relatori: Prof. Adamasco Cupisti, Prof. Simone Vettoretti, Dott.ssa Claudia D’Alessandro
Nella malattia renale cronica (MRC), la terapia nutrizionale è un pilastro tanto quanto la farmacologica. Non si tratta solo di ridurre le proteine, ma di modulare la dieta in base alla progressione della malattia e al profilo del paziente.
Nei primi stadi, si raccomandano regimi salutari come la dieta mediterranea o DASH; con il declino della funzione renale, si introducono restrizioni mirate su proteine, fosforo, potassio e sodio. Negli stadi avanzati (3B-5), la dieta ipoproteica diventa centrale, con quote di 0,6 g di proteine per peso corporeo o, nei casi selezionati, 0,3-0,4 g di proteine per peso corporeo integrate con aminoacidi essenziali e chetoanaloghi per mantenere il bilancio azotato.
Il problema emerge nei pazienti fragili e anziani: molti presentano già una dieta spontaneamente ipoproteica e un apporto calorico ridotto, condizione che favorisce la Protein-Energy Wasting (PEW).
Le linee guida KDIGO indicano 0,8 g/kg di proteine, ma non considerano le calorie, mentre i geriatri raccomandano spesso >1 g/kg per preservare la massa muscolare. Studi europei mostrano che negli stadi precoci della MRC, una dieta troppo povera di proteine aumenta la mortalità negli anziani, mentre negli stadi avanzati una dieta ipoproteica ben bilanciata non peggiora la sopravvivenza. Il punto chiave è personalizzare: prima di ridurre le proteine, bisogna ottimizzare l’apporto calorico e correggere eventuali deficit nutrizionali.
Nei pazienti fragili e malnutriti, la priorità è stabilizzare il peso e la massa magra; solo nei “fast progressor” con buono stato nutrizionale si può introdurre una dieta restrittiva.
Qui entrano in gioco i prodotti aproteici, strumenti indispensabili per garantire varietà e apporto energetico senza eccedere nelle proteine. La loro produzione richiede tecnologie complesse: la rimozione del glutine, che conferisce elasticità e struttura, è compensata da fibre come gomma di guar, psillio e cellulosa, che reagiscono con acqua e calore per mantenere volume e consistenza.
L’inulina, fibra prebiotica, migliora la lavorazione e favorisce l’eliminazione dell’azoto, oltre a nutrire i bifidobatteri intestinali.
Il confronto tra prodotti tradizionali e quelli aproteici mostra che la differenza in termini di carboidrati è minima e non giustifica l’esclusione di questi alimenti in patologie come il diabete. I prodotti aproteici, infatti, offrono vantaggi nutrizionali significativi: contengono meno sodio, potassio,fosforo e sono più ricchi di fibre, elementi utili per migliorare il profilo metabolico complessivo.
Uno studio sull’indice glicemico di alcuni di questi prodotti conferma che gli alimenti aproteici rientrano ampiamente nei valori di riferimento per un indice glicemico basso o moderato. Quando si osserva un aumento della glicemia nei pazienti diabetici che consumano prodotti aproteici, la causa è spesso legata alle quantità ingerite, non alla composizione del prodotto.
Questo problema è facilmente gestibile attraverso piccoli aggiustamenti terapeutici e interventi mirati per migliorare la sensibilità all’insulina.
Secondo un recente studio, la dieta ipoproteica non solo ritarda l’ingresso in dialisi, ma è associata a una riduzione della mortalità di circa 20 mesi.
L’analisi ha messo a confronto i costi di diverse opzioni: una dieta libera, una low protein diet, una dieta standard da 0,6 g/kg, una very low protein diet e la dialisi. I risultati evidenziano come la dieta ipoproteica, oltre ai benefici clinici, possa rappresentare una scelta vantaggiosa anche dal punto di vista economico, riducendo significativamente i costi rispetto alla terapia sostitutiva.
Personalizzare la dieta ipoproteica è fondamentale: nei pazienti fragili si corregge prima la malnutrizione, poi si riducono le proteine.
I prodotti aproteici sono la chiave per garantire non solo varietà e aderenza terapeutica, ma anche per fornire “energia pulita” perché privi di proteine, sodio, potassio e fosforo.
Relatore: Dott. Carlo Garofalo
Lo studio I-COPE (Integrated Conservative and Peritoneal Dialysis Evaluation) è uno studio prospettico, controllato e multicentrico promosso dalla Società Italiana di Nefrologia. Ha valutato l’efficacia dell’integrazione tra trattamento conservativo ottimale (farmaci, dieta ipoproteica e iposodica) e una bassa dose di dialisi peritoneale (1-2 scambi in CAPD o 3-4 sessioni settimanali in APD) in pazienti con malattia renale cronica stadio 5, seguiti stabilmente in nefrologia.
Sono stati arruolati 432 pazienti: 205 hanno accettato la terapia integrata (gruppo I-COPE), mentre 200 hanno proseguito con la sola terapia conservativa (gruppo di controllo). Il follow-up è durato fino a 36 mesi. L’endpoint primario era il tempo alla “morte renale” (morte o necessità di full dose di dialisi).
I risultati hanno mostrato un prolungamento significativo del tempo alla full dose di dialisi (24 mesi vs 14) e alla morte renale (22 mesi vs 13) nel gruppo I-COPE. L’analisi multivariata ha evidenziato una riduzione del rischio del 70-73%.
Il tasso di peritoniti è stato molto basso (0,15 episodi/paziente/anno).
Lo studio suggerisce che la terapia integrata può ritardare l’inizio della dialisi a dose piena, migliorando la qualità di vita e riducendo complicanze e costi.
La tavola rotonda ha esplorato il ruolo centrale della nutrizione nella gestione della malattia renale cronica.
Relatore: Dott.ssa Andreana De Mauri
È stato evidenziato come la disbiosi intestinale sia comune nei pazienti nefropatici e come la dieta possa influenzare positivamente il microbiota, riducendo la produzione di tossine uremiche e migliorando l’infiammazione sistemica.
Il microbiota, composto da batteri, virus e funghi, svolge funzioni metaboliche cruciali, tra cui la fermentazione di fibre vegetali (metabolismo saccarolitico) e proteine animali (metabolismo proteolitico). Quest’ultimo è associato alla produzione di tossine come indossil solfato e TMAO, che aggravano la CKD e le patologie cardiovascolari. Si è discusso se la dieta possa rimodulare il microbiota e rallentare la progressione della malattia.
È stato introdotto il concetto delle “5 P”: probiotici, prebiotici, proteine (di qualità), polifenoli e acidi grassi polinsaturi, come pilastri per una dieta che favorisca un microbiota sano. Studi hanno mostrato che l’integrazione di probiotici e fibre riduce le tossine uremiche e migliora il profilo infiammatorio.
Le diete ipoproteiche, vegane e mediterranee sono risultate efficaci nel migliorare la composizione del microbiota e ridurre il rischio di MRC, soprattutto se ricche di proteine vegetali.
Inoltre, nelle diete ipoproteiche i prodotti aproteici, essendo fonti di fibre, favoriscono la crescita del microbiota saccarolitico.
La crescita del microbiota saccarolitico comporta la produzione di acidi grassi a catena corta che migliorano l’integrità della mucosa intestinale, riducono l’infiammazione sistemica e contrastano la formazione di tossine uremiche. Questo favorisce un ambiente intestinale più sano e protegge la funzione renale.
Relatore: Dott. Maurizio Gallieni
Si è parlato anche dei cibi ultraprocessati, associati a disfunzioni immunitarie, metaboliche e aumento della mortalità. La classificazione Nova è stata utilizzata per distinguere gli alimenti in base al grado di processazione.
Studi italiani e internazionali hanno confermato il legame tra consumo di cibi ultraprocessati e peggioramento della CKD, sarcopenia e infiammazione cronica.
Relatore: Dott.ssa Claudia D’Alessandro
Un altro tema centrale è stato l’indice dietetico infiammatorio (EDIP), che valuta l’effetto pro o anti-infiammatorio degli alimenti.
Le diete renali, in particolare la MedRen e le diete ipoproteiche, hanno mostrato un buon potenziale antinfiammatorio. È stato, inoltre, sottolineato come piccole modifiche alla dieta possano migliorare l’indice infiammatorio e contribuire alla prevenzione della CKD.
Relatore: Dott. Pietro Cirillo
Infine, si è discusso l’uso dei chetoanaloghi nella VLPD, che permettono di ridurre l’azotemia, preservare il GFR e migliorare lo stato nutrizionale senza causare malnutrizione.
I dati preliminari del centro di Bari hanno mostrato che la supplementazione con chetoanaloghi favorisce l’aderenza alla dieta, ritarda la dialisi e facilita il trapianto pre-emptive.
Si è evidenziata l’importanza del coinvolgimento del paziente e della famiglia nella gestione nutrizionale e nella ricerca di un donatore.
In conclusione, la nutrizione emerge come strumento terapeutico fondamentale nella MRC con un approccio personalizzato, consapevole e basato su evidenze scientifiche.
Relatore: Dott.ssa Margherita Vischi
La relazione esplora il legame tra obesità e malattia renale cronica, evidenziando come sovrappeso, sindrome metabolica e diabete siano fattori di rischio indipendenti. L’obesità agisce attraverso meccanismi infiammatori e neuroendocrini, influenzando negativamente la funzione renale. In dialisi si osserva un paradosso: un BMI elevato è associato a una maggiore sopravvivenza, purché accompagnato da un buon stato nutrizionale. Tuttavia, l’obesità può limitare l’accesso al trapianto.
La dieta chetogenica, in particolare la VLCKD (very low calorie ketogenic diet), è proposta come strumento terapeutico per la perdita di peso. I corpi chetonici prodotti durante la chetogenesi hanno effetti benefici su infiammazione, epigenetica, appetito e microbiota intestinale. Tuttavia, in nefrologia, questa dieta presenta controindicazioni in caso di diabete tipo 1, uso di SGLT2 inibitori e GFR <75 ml/min.
L’ambulatorio nefrologico dell’ospedale San Carlo di Milano ha applicato la VLCKD in pazienti nefropatici, anche in dialisi, per prepararli al trapianto. Il protocollo prevede una fase iniziale con prodotti commerciali seguita da una fase mista con alimenti naturali. I risultati mostrano riduzione del BMI, mantenimento della massa magra e miglioramento metabolico.
La dieta, se ben monitorata, è sicura e può facilitare l’accesso al trapianto, migliorando lo stile di vita del paziente.
Relatore: Dott. Vincenzo Bellizzi
Le linee guida internazionali KDOQI 2020 e KDIGO 2024 sottolineano come la riduzione dell’apporto proteico, soprattutto di origine animale, possa rallentare la progressione della MRC e migliorare il controllo metabolico. Il razionale è chiaro: un eccesso di proteine favorisce iperfiltrazione glomerulare e sclerosi, meccanismi condivisi con molti farmaci nefroprotettivi.
Studi clinici, tra cui l’MDRD e una metanalisi Cochrane, indicano che una dieta ipoproteica può ritardare l’inizio della dialisi fino al 30%. Tuttavia, l’efficacia dipende dal fenotipo del paziente e dall’aderenza alla dieta. Un’analisi italiana ha mostrato che i pazienti aderenti per almeno due anni hanno ritardato la progressione di circa 20 mesi.
Nel diabete, contrariamente ai timori, una dieta ipoproteica ben bilanciata non peggiora la glicemia. Al contrario, migliora il profilo metabolico, la pressione arteriosa e mantiene uno stato nutrizionale adeguato, anche con un maggiore apporto di carboidrati.
Uno studio su pazienti con filtrato molto ridotto ha evidenziato che una dieta fortemente ipoproteica, integrata con chetoanaloghi, può preservare filtrato residuo e diuresi rispetto alla dialisi standard. La qualità delle proteine gioca un ruolo chiave nell’impatto sulle alterazioni metaboliche.
La dieta ipoproteica è una strategia efficace e sicura, con meccanismi simili a quelli dei farmaci. Fondamentale è la personalizzazione, il monitoraggio dell’aderenza e l’intervento precoce. Educazione del paziente e coinvolgimento attivo sono essenziali per il successo a lungo termine.
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